PER CAMBIARE LA TV

 

MANIFESTO PER LA PROMOZIONE DELLA CULTURA DEMOCRATICA DEL DISCORSO

 

"Tra il silenzio e il grido, scegliamo la parola" (letto su di un muro a Torino)

 

[NB: Questa versione è ancora provvisoria e offerta alla discussione amichevole, in attesa di un'uscita pubblica]

 

FINALITA' GENERALI DEL MANIFESTO

(1).    Da alcuni decenni, i nuovi media incentrati sull'immagine vanno trasformando in profondità la nostra tradizionale cultura democratica fondata sulla parola, orale e scritta.

Essi sono un evidente fattore di stimolo e innovazione, ma - nelle condizioni attuali del loro funzionamento - esercitano anche un'influenza disgregativa. Infatti, come mostreremo più in basso, essi tendono ad erodere le condizioni di base da cui si forma la capacità di dialogo e di argomentazione.

(2).  All'educazione familiare e scolastica si va sovrapponendo una sorta di "educazione televisiva", che è l’effetto del parcheggio dei bambini davanti al televisore.

Tale sovrapposizione diventa particolarmente negativa in un contesto nel quale si registrano:

a)  la crisi dell'autorità della famiglia, come pure della sua funzione di educare e di proporre comportamenti e valori;

b) la difficoltà delle istituzioni scolastiche nell'aggiornamento dei contenuti, nei metodi d'insegnamento e nelle risorse economiche disponibili;

c) l'inaridirsi delle istituzioni e delle comunità della cultura popolare - sindacati, partiti, associazioni di fabbrica e di quartiere - e, in genere, le difficoltà di molti dei tradizionali centri di incontro comunitario;

d) la progressiva crisi dei giornali e della carta stampata come strumenti di conoscenza della realtà e di elaborazione collettiva delle idee.

L' "educazione televisiva" interagisce con questi ed altri fattori, contribuendo ad erodere le basi comunitarie della formazione dell'opinione pubblica democratica.

(3).    La nostra epoca è ricca di contraddizioni e paradossi. Da un lato, il potenziamento delle tecniche produttive si accompagna - nei nostri paesi - all'espulsione progressiva dell'uomo dal processo produttivo, ciò che potrebbe significare la disponibilità di una straordinaria quantità di tempo libero per un gran numero di individui, ma che significa, per adesso, anche e soprattutto sottoccupazione o disoccupazione. Dall'altro, il potenziamento straordinario dei mezzi d'informazione e di comunicazione rischia di accompagnarsi con un declino dell'uomo in quanto animale sociale capace di discorso.

Infatti, molti autorevoli intellettuali pensano che, in prospettiva, il trionfo unilaterale della cultura dell'immagine così come si è sviluppata negli ultimi anni, potrebbe portare - nell'uomo comune - ad un indebolimento della capacità di argomentazione scritta e parlata, di espressione articolata dei propri desideri e pulsioni, di reazione critica e consapevole di fronte alle proposte del mercato e della politica.

In declino è forse anche la capacità di preservare un'adeguata memoria storica e di progettare in modo responsabile il proprio avvenire. In questo quadro, la cultura incentrata sull'immagine va caratterizzandosi con il ricorso all'emotività e all'ipersemplificazione, con il richiamo a sentimenti elementari, con il consumo di merci a fruizione immediata. Tutto ciò tende a determinare una rinunzia al progetto e alla responsabilità individuale.

(4).    La conservazione e la promozione della "cultura del discorso" è un problema di primaria importanza per la conservazione di istituzioni e di valori fondanti della nostra tradizione liberaldemocratica.

I diritti civili, politici e sociali hanno, difatti, un senso concreto solo se i cittadini sono in condizione di rielaborare criticamente gli stimoli provenienti dal sistema politico ed economico.

Tale rielaborazione in passato avveniva assai spesso in centri autonomi di discussione popolare. Con il loro declino, tendono a prevalere la politica spettacolo e la persuasione pubblicitaria.

(5).    Ci sembra perciò opportuno proporre agli educatori, ai genitori e a tutti gli uomini ragionevoli il serio compito di difendere e promuovere ciò che, a nostro parere, costituisce il nucleo essenziale della modernità e della democrazia: la capacità di comprendere razionalmente il mondo che ci circonda e di argomentare le proprie posizioni di fronte agli altri. Questa capacità finora ha avuto bisogno, per essere formata, della partecipazione ad ambiti comunitari e della protezione delle istituzioni, soprattutto scolastiche.

La cultura moderna non può infatti dimenticare, nel momento in cui si prefigge di creare individui razionali, autonomi dalle tradizioni, che essa stessa è una particolare tradizione, bisognosa perciò di un humus comunitario e istituzionale per esistere.

(6).    La capacità di discutere in modo ragionevole, di instaurare compromessi e di assumere responsabilità nei confronti degli altri si forma, a nostro parere, sulla base dell'educazione familiare, dell’educazione dei bambini nel gioco e nel contatto reciproco, dello scambio degli adulti nel dialogo interpersonale, ecc.: tutto ciò che chiamiamo "educazione comunitaria diretta". È infatti proprio grazie ad essa che oggi siamo in grado di trarre dai nuovi media elettronici quanto essi hanno di positivo.

Il compito di difendere e promuovere l’educazione comunitaria diretta è oggi dunque un compito fondamentale per la società civile e lo Stato democratici.

(7).    La stessa TV, grazie al contributo cosciente della società civile e dello Stato e all’uso corretto da parte delle famiglie, potrebbe essere coordinata con l' "educazione diretta" o almeno impiegata in modo non troppo contraddittorio rispetto ad essa, come ha proposto qualche tempo fa Mario Lodi della sua iniziativa "Una firma per cambiare la TV": essa potrebbe, almeno in qualche misura, essere impiegata per restituire il fascino dell'oralità, per interessare alla lettura, per far conoscere la nostra tradizione culturale e comunitaria.

I nuovissimi media interattivi, e in particolare la “grande rete”, sono stati salutati come una nuova possibilità di interazione e di comunicazione democratica, e sembrano prefigurare nuove forme di comunità, le comunità virtuali. Ma tali media nascono anche sotto il segno della cultura dell’immagine e della pubblicità, cosicché un loro contributo positivo alla cultura democratica del discorso non è certo garantito, ma dipende dall’iniziativa della nostra società civile.

(8).    Di fronte a compiti così generali ed importanti, ci sembra opportuno chiamare a raccolta tutte le tradizioni morali della nostra società civile - laiche e religiose di tutte confessioni - che si riconoscono nei principi liberaldemocratici. Queste forze ci sembrano infatti legate da almeno due denominatori comuni: il riconoscimento del valore della parola in quanto fonda l'eguale dignità degli uomini e il loro legame, e l'assunzione della responsabilità che la parola comporta di fronte a se stessi e agli altri.

La pervasività dell'immagine rischia invece di diminuire la capacità di dialogo, mentre la prevalenza dei rapporti mediali indebolisce il senso di responsabilità soggettiva.

Ciò diventa particolarmente pericoloso nel contesto generale della società moderna, che sottopone gli individui e le comunità ad una trasformazione sempre più accelerata, cui è sempre più difficile adattarsi. In tal modo si approfondisce il solco tra le generazioni e aumenta la distanza tra gli individui.

 

LE TRASFORMAZIONI DELLA SOCIETA' DEI CONSUMI E IL RUOLO DEI NUOVI MEDIA NELL'EDUCAZIONE

(9).    Il medium immagine (in particolare la TV) è dunque divenuto sistema dominante della comunicazione sociale; nel contesto attuale, esso diventa, per i bambini sempre più spesso abbandonati per ore davanti alla TV, un curriculum educativo che fa perdere autorità e fascino a quello scolastico ordinario e che inoltre è dominato dalla cultura della pubblicità.

(10).  Il fine del curriculum scolastico è quello di fornire, insieme ad alcune nozioni di base, un metodo critico di conoscenza: di insegnare ad astrarre dai dati immediati e a riconoscere criticamente le difficoltà e le competenze delle diverse discipline, le diversità geografiche e culturali e le diversità storiche. Avendo scopi complessi e a lunga scadenza, esso è caratterizzato necessariamente dallo sforzo nell'apprendimento, dall’immediatezza delle sanzioni e dalla distanza delle gratificazioni.

Il curriculum educativo TV, invece, è caratterizzato dalla piacevolezza, dalla facilità e dall'immediatezza delle gratificazioni, che devono motivare il telespettatore a non cambiare canale. Tutto, grazie ad esso, sembra conoscibile e comprensibile, in quanto immediatamente visibile: la TV, come l'auto e l'aereo, rende vicino il mondo, occultando distanze e diversità; l'homo televidens è incline all'ammirazione acritica della tecnica, come nuova magia, e sempre più lontano dalla mentalità critica (scientifica e storica) promossa dalla cultura razionalistica del discorso.

Ci pare inoltre che il curriculum TV sia dogmatico in se stesso ("l'ha detto la TV" - fondamento della visibilità totale del mondo e dell'onniscienza dello spettatore), ma apparentemente antidogmatico, nel senso che svaluta l'autorità di qualunque essere umano presente in carne e ossa (genitori, insegnanti, intellettuali di base e opinion-leaders di quartiere, d'osteria, di sezione sindacale, ecc.).

(11).  Possiamo chiamare cultura pubblicitaria il contenuto comune dei singoli messaggi pubblicitari e di buona parte dei programmi televisivi che fanno loro da sfondo:

-      perseguendo l'obiettivo della vendita indiscriminata di merci prodotte industrialmente, essa deve infatti indurre nello spettatore un fiducia acritica nella potenza della tecnica, fonte di facili soluzioni per tutti i problemi umani ("compra questo e risolverai");

-      rafforza così il pregiudizio moderno secondo cui tutti i conflitti si possono risolvere attraverso lo sviluppo economico e il potenziamento dei mezzi tecnici;

-   si ricollega in sostanza al versante perverso della cultura moderna: da un lato privilegia il godimento individuale immediato, che di per sé non ha limiti, dall'altro deve per forza illudere sull'illimitatezza dei mezzi tecnici disponibili per realizzarlo.

Tutto ciò è tendenzialmente in conflitto con l'etica del dialogo e della responsabilità, che ci richiede autolimitazioni, compromessi e scelte.

(12).  L'opinione pubblica democratica e le forze politiche e sociali autenticamente democratiche hanno bisogno, oggi più che mai, di potenziare la loro capacità di risolvere i conflitti sociali ed internazionali attraverso il compromesso e il dialogo. Infatti:

-   i limiti naturali delle risorse

-   la limitata capacità dell'ambiente di sopportare lo sviluppo industriale

-   la moltiplicazione delle potenze nucleari

-   le crescenti difficoltà della convivenza tra etnie e culture

-   la crescente povertà del sud del mondo

-   la crescita delle sacche di povertà e disoccupazione anche al nord

rendono sempre più difficile trovare soluzioni accettabili ai conflitti esclusivamente attraverso lo sviluppo puramente quantitativo dell'economia e della tecnica.

(13).  La politica spettacolo utilizza il linguaggio del calcio e della pubblicità; essa è caratterizzata dal populismo, dalla demagogia e dallo stile immediato con cui si rivolge all'individuo: "io, il grande leader, mi rivolgo proprio a te, lì davanti a questo schermo, e ti offro in esclusiva i benefici della mia politica, se tu mi darai il tuo voto".

Essa tende dunque a creare un rapporto diretto tra i vertici politici e l'uomo-massa, saltando la mediazione burocratica degli apparati dei partiti e dei sindacati. Ma insieme ad essa si riesce a saltare anche la mediazione degli intellettuali di base e degli opinion-leaders comunitari, che erano per le masse i naturali riferimenti per l'interpretazione dei giornali e della politica nell'era della carta stampata.

La politica spettacolo oggi sta diventando onnipervasiva; proprio per questo bisogna guardare al di là della critica al singolo uomo politico, al singolo partito e alla singola lobby economica che ne fanno uso e analizzare le cause strutturali che inquinano la dialettica politica nel suo insieme, tra le quali c'è l'egemonia del curriculum TV.

(14).  La crisi dello Stato assistenziale e la privatizzazione generalizzata dei servizi sottraggono denaro e risorse alle istituzioni che proteggevano la vita comunitaria (scuola, assistenza, servizi sociali, ecc.). Così contribuiscono a potenziare l'aspetto perverso della modernizzazione della vita quotidiana: "curriculum tv" al posto di educazione in famiglia e in cortile, programmi tv al posto di compagnia umana per malati ed anziani, centri commerciali raggiungibili solo in auto al posto di negozi di quartiere, discoteche dove è impossibile parlare al posto di locali dove esista anche la dimensione del discorso, serate davanti alla tv o al computer anziché serate in ritrovi in cui si discute, ecc.

(15).  Contemporaneamente ci sembra preoccupante la diffusione di forme di cultura contrarie all'universalismo umanistico (religiose integralistiche, razzistiche, nazionalistiche, localistiche, irrazionalistiche, ecc.) che le istituzioni democratiche non osano o non sanno adeguatamente contrastare. Tali culture sono probabilmente una reazione alla velocità eccessiva del processo di modernizzazione, di americanizzazione e di occidentalizzazione imposta dall’odierno processo di globalizzazione. Esse però possono prosperare, insieme ad altre forme di particolarismo e di irrazionalismo, nel vuoto della cultura pubblicitaria, in quanto l'homo televidens non ha sufficienti difese critiche.

 

LA LOTTA PER LA DIFESA E LA PROMOZIONE DELLA CULTURA DEMOCRATICA DEL DISCORSO

(16).  La lotta per la difesa e la promozione della cultura del discorso può fare affidamento solo in piccola parte sulle forze istituzionali e politiche che si dichiarano favorevoli ad essa. Infatti:

-   in molti casi, la loro autorevolezza è stata intaccata dalla loro partecipazione, vera o presunta, alla corruzione odierna dello Stato,

-   esse sono in qualche modo coinvolte nella politica spettacolo e, per il loro ruolo e per la loro stessa visibilità, possono diventare bersaglio dei media.

(17).  Il movimento per la difesa e la promozione della cultura democratica del discorso ha bisogno di affermare apertamente la sua identità morale e di trovare la sua unità in ideali, obiettivi e simboli comuni. Perciò è necessario fare appello all'autorevolezza di intellettuali ed educatori capaci di incarnare, per la loro storia personale e per la loro azione educativa quotidiana, la cultura democratica del discorso.

Una tradizione, per quanto razionale e democratica, deve fare appello alle risorse di valore, di senso e di autorità che le sono proprie. Non potendo fare pieno affidamento sulla rappresentanza politica, sottoposta in qualche misura alla pubblicità effimera e deformante della politica spettacolo, essa deve fare appello a ciò che è meno immediatamente visibile.

Farà dunque appello a personalità, gruppi e idee che abbiano un tipo di visibilità diversa da quella dei media, che abbiano un’autorevolezza che duri nel tempo e un forte peso simbolico, in quanto rappresentanti della tradizione universalistica della cultura del discorso, siano visibili e anzi considerati punti di riferimento stabili e permanenti.

Ma, mentre esistono criteri relativamente certi ed obiettivi per decidere chi rappresenta la religione o lo Stato, i criteri della rappresentanza di questa tradizione sono per loro natura incerti e basati sull’accordo spontaneo tra quelli che volontariamente e responsabilmente dichiarano di volerla promuovere. È necessario quindi che un certo numero di personalità indipendenti abbiano il coraggio di proporsi o di lasciarsi proporre come maestri, poiché non esiste tradizione senza magistero e senza autorità – per quanto basati sul consenso.

Egualmente, è necessario fare appello alle reti comunitarie e volontarie del mondo del lavoro, della cultura, della scienza, della religione, ecc., che, per la loro stessa natura comunitaria e dialogica, sono interessate alla difesa della cultura del discorso e dell’educazione diretta.

[[In Italia, in particolare, è necessario fare appello alle reti capillari del volontariato cattolico (ad es. lo scoutismo, le parrocchie, le comunità di base) e delle associazioni culturali e ricreative di tutte le tradizioni laiche e religiose che accettino l'etica del dialogo e della responsabilità.]]

(18).  Tale movimento ha di fronte a sé un compito di lungo periodo e di vasto respiro, che non consente cedimenti alle dilaganti tentazioni del tecnicismo e della notorietà massmediale, e che richiede invece una grande capacità di resistenza morale.

D'altra parte, poiché la conservazione della cultura del discorso è possibile solo attraverso la riforma e l'innovazione, è necessario esplorare costantemente la continua e rapidissima evoluzione dei media

-   per non lasciare anche le ultime novità in mano alle forze centrifughe e disgregatrici

-   per dissipare l’illusione secondo cui l’innovazione tecnica sia automaticamente positiva e liberatoria (illusione che rischia di farci sprecare potenzialità educative formidabili lasciandole alle forze del mercato e all’iniziativa isolata dei singoli)

-   per impiegarle, dove possibile, a correggere i danni delle innovazioni precedenti (nello stesso spirito, molti ecologisti ammettono che solo un uso appropriato della scienza e della tecnica può correggere le distorsioni dell'industrializzazione).

(19).  L'azione del movimento, inoltre, non può pensare isolatamente il mondo dei media, ma, almeno tendenzialmente, deve prendere in considerazione anche la società nel suo complesso.

Lo smantellamento dello Stato sociale, la privatizzazione e la "modernizzazione" dell'istruzione e della vita quotidiana hanno effetti estremamente negativi per le fonti stesse, comunitarie e istituzionali, della cultura del discorso. Viceversa l’educazione mediale in fondo costituisce solo un riflesso particolare - ma insieme una potente amplificazione - di questo degrado. Tuttavia, a causa del carattere pervasivo, dell’onnipresenza e della continua visibilità del medium televisivo, essa può costituire il punto di partenza di un intervento per difendere e promuovere la cultura del discorso. Poiché la TV è ovunque, poiché di essa non si può non parlare, oggi essa è, a quanto pare, il punto di partenza obbligato di qualunque discorso e movimento.

(20).  In sintesi, si tratta dunque

-   di difendere e promuovere l’educazione diretta comunitaria

-   di promuovere, attraverso le comunità e le istituzioni educative, l’uso critico dei nuovi media in un contesto dialogico

-   di opporsi all’invasività dei media nell’educazione dei futuri cittadini sulla base del rispetto della privacy e della specificità delle singole tradizioni, religioni e culture.

Quest’ultima forma di azione, che può anche fare appello alla protezione della legge, è ispirata al più schietto principio di libertà. Non si tratta di censurare la produzione dei contenuti mediali, ma di rimetterne la circolazione nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza sotto il controllo di chi ha responsabilità educative.

 

UNA PRIMA MESSA A PUNTO DEGLI OBIETTIVI

(21).  Per evitare il coinvolgimento nella politica-spettacolo e il ricorso alla protesta-spettacolo, quei lavoratori intellettuali ed educatori, quei genitori e in genere tutti quei cittadini che sono interessati in modo vitale alla cultura del discorso devono difenderla nelle istituzioni stesse in cui lavorano, di fronte al loro pubblico usuale, nelle loro associazioni di categoria, nella loro abituale dimensione comunitaria.

Sarà preferibile per loro reagire soprattutto in quegli ambiti che già li caratterizzano nel loro ruolo di formatori, rendendo però evidente al proprio pubblico, ai propri allievi e ai genitori di questi ultimi il senso delle trasformazioni in corso.

(22).  Per farlo con efficacia è necessario che le istituzioni, le associazioni e le comunità esistenti, che pure si sono già in qualche modo attrezzate alle nuove necessità, realizzino un salto qualitativo sia nell'organizzazione del loro lavoro sia nel loro coordinamento (tra comunità, tra associazioni, e tra gli operatori di base e i vertici del mondo intellettuale).

(23).  Un obiettivo primario, in un paese sviluppato in cui le telecomunicazioni conoscono un aumento rapidissimo, dovrebbe essere la convocazione di una convenzione nazionale delle comunità educative di base e delle diverse associazioni collegate con l’educazione e la cultura (associazioni di volontariato, ricreative, sindacali - degli insegnanti, degli operatori, dei genitori, dei consumatori e utenti, ecc.) al fine della difesa dell'educazione scolastica e dell'educazione umana diretta nei confronti del "curriculum tv". Essa dovrebbe essere effettivamente rappresentativa ed autorevole, in modo da poter dare inizio, simbolicamente e praticamente, ad un’azione nazionale comune e coordinata.

In una prospettiva di lungo periodo, essa sarebbe l'occasione per sviluppare una riflessione di principio sui drammatici problemi odierni dell'educazione e della comunicazione in democrazia, anche in controtendenza con l'opinione dell'Uomo dei Sondaggi (la versione telematica dell'uomo della strada).

In una prospettiva di breve periodo, essa dovrebbe avanzare richieste particolari e immediate: come, per esempio:

-      ampie fasce orarie per i "programmi dell'accesso" per le associazioni della società civile nei più importanti canali esistenti, pubblici e privati,

-      l’ampliamento e la specificazione dei molti codici deontologici esistenti (televisivi, giornalistici, pubblicitari, di rete, ecc.) e il loro fermo controllo,

-      interventi pubblici adeguatamente finanziati per cambiare la qualità della tv,

-      seria regolazione della quantità e qualità della pubblicità sui media e nel paesaggio urbano,

-      tempestiva regolamentazione delle nuove forme di tv e dei nuovi multimedia,

-      finanziamento adeguato per i multimedia nelle istituzioni scolastiche, ma soprattutto formazione di un personale che sia capace di insegnarne un uso critico e consapevole.

Dovrebbe anche elaborare

-      proposte organizzative per le comunità educative di base e per le associazioni degli utenti-consumatori.

(24).  A livello nazionale, si dovrebbe anche promuovere una consulta permanente di intellettuali ed esperti dell'educazione e della comunicazione, che possa proporsi come pura e semplice espressione della società civile. Essa dovrebbe controllare, analizzare e criticare i programmi televisivi, e lanciare l'allarme contro le diverse minacce al "curriculum della parola" e alle istituzioni scolastiche.

Servirebbero inoltre organi specifici di stampa - rivolti agli educatori professionali e ai genitori - chiari, piacevoli, facilmente accessibili, ma anche liberi dalla cultura pubblicitaria e dalla pervasiva politica spettacolo.

Un obiettivo significativo potrebbe essere la realizzazione di un settimanale nazionale, che offra un attento e serio monitoraggio dei programmi tv ad uso di genitori ed insegnanti, e che dia voce ad un pubblico sommerso o arbitrariamente interpretato da sondaggi e televisione interattiva.

(25).  A questo livello si deve anche cercare di prevenire il pericolo che i media più recenti (videoregistratori, computers, realtà virtuale, sistemi multimediali, reti telematiche, ecc.), che almeno in parte possono essere usati come correttivi della tv, non siano assorbiti invece nel sistema di potere dei grandi monopoli privati o pubblici. Perciò la consulta dovrebbe avere anche il compito di avanzare proposte per la loro regolamentazione e il loro uso educativo.

(26).  A livello locale, abbiamo bisogno di scambiarci direttamente dal vivo esperienze, riflessioni e informazioni, perché l'educazione non è una questione tecnica, ma una prassi creativa, una tradizione vivente.

Per questo servirebbero comitati territoriali permanenti per la difesa della scuola pubblica, per la disintossicazione dalla televisione e dalla pubblicità e per l'uso corretto dei programmi televisivi e dei nuovi media. Si tratterebbe di collegare in compiti nuovi e più complessi realtà comunitarie e istituzionali diverse (famiglie, associazioni, scuole, comuni, ecc.), sia per offrire alternative valide alla tv (attività fisiche e culturali), sia per appropriarsi della tv e dei nuovi media.

(27).  Per rivitalizzare la prassi creativa dell'educazione, non bastano le sponsorizzazioni e i sostegni istituzionali: è necessario anche ritrovare una dignità e un'identità morale, parole d'ordine e obiettivi capaci di convincere e mobilitare.

 

Il gruppo Hannah Arendt